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Industry 4.0, la quarta rivoluzione industriale


 

L'industria italiana, pur colpita duramente dalla crisi degli ultimi 10 anni, rimane competitiva a tutti gli effetti nel settore manifatturiero confrontata con Germania e con altri paesi del mondo, nello specifico è seconda in Europa e nei primi posti nel mondo. Questa posizione di leadership deriva sicuramente dalla forte specializzazione formatasi in circa 50 anni di lavoro ed esperienza, dal dopoguerra, e da un'innata capacità creativa che manager di ogni cultura ci riconoscono e ci invidiano. Secondo i dati pubblicati dal Sole24Ore rimaniamo uno dei cinque Paesi al mondo con un surplus commerciale positivo (superiore ai 100 miliardi di dollari, dietro solo a Cina, Germania, Giappone e Corea).

 

Industria 4.0: la prossima rivoluzione industriale
Nello schema viene presentato il passaggio tra le diverse "rivoluzioni industriali": 1.0 a fine del 1700, 2.0 a fine del 1800, 3.0 a fine del 1900 e la 4.0 dal 2010 in poi grazie ai Sistemi Cyber-fisici (interconnessioni cibernetiche e digitali).

 
 

Ma tutti noi, sappiamo bene quanto il Sol Levante stia lavorando intensamente al fine di eroderci una parte importante dell'esportazione, il sistema manifatturiero italiano nei prossimi anni dovrà infatti affrontare dure e decisive prove, che decideranno parte del suo futuro. Il mondo industriale/manifatturiero italiano riuscirà a competere con l'evoluzione tecnologica che si sta delineando? Sì, perché l'elemento chiave del successo futuro passa dal cambiamento: le aziende italiane dovranno riuscire ad evolversi tecnologicamente. In fretta.

Un cambiamento epocale, che molti addetti ai lavori arrivano a chiamare "Quarta Rivoluzione Industriale", ovvero l'unione delle competenze e dell'esperienza con la totale automazione ed interconnessione delle produzioni (la cosiddetta “Industry 4.0”).

 

Cyber connections e Digital control: nell'Industry 4.0 si parla di interconnessioni cybernetiche ed interazioni di controllo/gestione in tempo reale realizzabili grazie alla tecnologia digitale (software, dispositivi mobile, App, ecc.). 

 

 

Come spiega Roberto Crapelli, de IlSole24Ore, l'Europa è ancora l'area economica più rilevante al mondo, ma il suo grande limite è quello di non riuscire a sviluppare politiche comuni che riescano a difendere e a rafforzare la competitività e la capacità di investimento. Questo deficit pesa in particolare sul comparto manifatturiero, su cui tutte le aree geopolitiche mondiali stanno puntando viste le grandi ricadute in termini di aumento della produttività e della capacità di creare posti di lavoro che ad esso si legano. 

L'Europa avrebbe dunque bisogno di una vera e propria reindustrializzazione, ma in tempi rapidi perché la lentezza potrebbe offrire un importante vantaggio competitivo alle aziende asiatiche.

 
 

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ALCUNI DATI
Secondo il rapporto pubblicato da Roland Berger (la società di consulenza dei governi tedesco, francese e italiano, che analizza i trend dell’industriamanifatturieradegli ultimi 15 anni, con lo scopo di inquadrare un possibile scenario al 2030), in vent’anni il valore aggiunto dell’industria manifatturiera, che nel ’91 era focalizzato per l’80% nelle zone tradizionalmente sviluppate (Europa occidentale, Nordamerica e Giappone), si è lentamente trasferito nei paesi emergenti, che ora rappresentano il 40% del valore aggiunto manifatturiero, raddoppiando la percentuale dei due decenni precedenti. Tuttavia, è previsto, per i prossimi quindici anni, che i paesi tradizionalmente sviluppati, e in particolare quelli europei, abbiano la possibilità di recuperare terreno sfruttando la digitalizzazione per dare risposte più rapide alle richieste del mercato.

Le potenzialità sono enormi, ma gli investimenti saranno significativi. Infatti, secondo l’analisi condotta da Roland Berger, per l’Europa, l’obiettivo è di tornare al 20 per cento di valore aggiunto manifatturiero rispetto all’attuale 15%e per raggiungere tale meta occorre investire in Europa 1.300 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, vale a dire 90 miliardi di euro all’anno.Per quanto riguarda l’Italia, la quota per partecipare a Industry 4.0 è pari a 15 miliardi all’anno nei prossimi 15 anni. Una somma importante, ma da investire vista la possibile garanzia nei prossimi decenni di un sostanziosovantaggio competitivo.Infine, il rapporto firmato Roland Berger prevede che entro il 2030, il numero di lavoratori del comparto industriale salirà dai 25 milioni del 2011 ai 31 della fine del prossimo decennio, facendo registrare sei milioni di posti di lavoro in più. Dunque, la digitalizzazione dell’industria potrebbe restituire una parte dell’occupazione che l’introduzione dei robot aveva eliminato a partire dalla fine degli anni ’70. Non sarà un ritorno all’industria novecentesca dove produzione e occupazione erano di massa, ma una nuova industrializzazione di qualità.